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Psicoterapia pluralistica integrata in gruppo

Articolo di Edoardo Giusti, pubblicato sulla rivista Integrazione nelle psicoterapie, n. 2 del 2012, pp. 1-8, Edizioni Scientifiche ASPIC.

Diversi nostri allievi mi hanno chiesto di definire la segmentazione essenziale del processo di alcuni interventi personalizzati che svolgo nel setting terapeutico di tipo gruppale. Il contesto teorico, metodologico e operativo di riferimento è quello del modello pluralistico integrato (Giusti, Montanari, Iannazzo, 2000), con un’ottica del cambiamento fondata sulla teoria del campo e su una visione olistica dell’umano, in cui i diversi approcci clinici sono al servizio di una pratica terapeutica personalizzata. La selezione delle procedure tecniche è basata sull’epistemologia psicosociologica della molteplicità, sulla migliore ricerca scientifica a prova di evidenza (Evidence Based). L’intero processo evolutivo di cambiamento si avvale, inoltre, della profonda e articolata esperienza radicata ed esplicitata nella pratica clinica (Practice Based). I vissuti soggettivi del partecipante (obiettivi, preferenze, valori e caratteristiche) sono considerati e rispettati per la compatibilità ottimale e l’efficacia delle strategie cliniche.

Gli esiti del percorso sono rilevati attraverso indicatori di miglioramento, protocollati a conclusione del trattamento, e riguardano lo stato di benessere complessivo, la riduzione o scomparsa dei sintomi, valutati in follow-up e confermati da questionari self-report (Giusti, Nardini, 2004). Conduco gruppi con Claudia Montanari dal 1975 e successivamente con Enrichetta Spalletta, Santa Battistelli e Isabella Piombo. Si tratta di gruppi terapeutici di evoluzione e crescita personale (Giusti, D’Ascoli, 2000), che traggono notevole vantaggio dall’essere svolti in co-terapia (Giusti, Montanari, 2005). Hanno una durata di due ore o due ore e mezza, secondo il numero dei partecipanti, che può variare da 8 a 16. Il gruppo è aperto e le persone si inseriscono ed escono in base al loro specifico momento terapeutico. Nel nostro approccio il lavoro gruppale ha un’evoluzione che procede per fasi (Benson, 2009).

Fase di pre-terapia di gruppo: il lavoro individuale

Il lavoro terapeutico in gruppo prevede una fase di pre-terapia, condotta a livello individuale con sedute settimanali. Questa fase include la valutazione diagnostica multidimensionale, che evidenzia il funzionamento globale dell’individuo e consente di pianificare una strategia personalizzata di trattamento (formato e intensità in base alla gravità, selezione delle strategie e delle tecniche compatibili più efficaci). L’intervento individuale iniziale include inoltre una rivisitazione narrativa della storia anamnestica tramite il genogramma e l’album fotografico, affinché la persona si riappropri di un senso di identità (Giusti, Vigliante, 2009). Un obiettivo iniziale è legato alla gestione e all’organizzazione del tempo personale, perseguito attraverso l’addestramento all’uso dell’agenda (De Luca, Spalletta, 2011). La desomatizzazione dello stress viene favorita attraverso l’utilizzo del diario clinico (Demetrio, 2008), per fare un lavoro di scrittura introspettiva e strumento di autoterapia. Successivamente e previa somministrazione testologica sintomatica e motivazionale, che la persona può essere inserita nel gruppo di psicoterapia.

Il percorso individuale di pre-terapia in gruppo ha lo scopo di costruire una base sicura, di accoglienza e supporto, di contenere comportamenti emotivamente disorganizzati, stati di confusione e disorientamento mentale e affettivo, o di ansia eccessiva, di modulare conflittualità ambivalenti o di sciogliere rigidità e distacco emotivo (Spalletta, 2010). Tutto questo implica tempi variabili che possono andare da 3 a 6 mesi, o più a lungo termine, secondo lo stato del legame, l’alleanza e la fiducia terapeutica, la severità patologica del soggetto, le inclinazioni personali e la sua trattabilità in gruppo (Giusti, Montanari, Iannazzo, 2006). Al momento dell’inserimento in gruppo, due sedute individuali vengono sostituite con due incontri di gruppo.

Il percorso psicoterapeutico consisterà così in una seduta settimanale individuale alternata con una seduta in gruppo. Gli incontri individuali serviranno di supporto per proseguire approfondimenti di autoconoscenza, per elaborare dinamiche emerse nel gruppo e per valutare progressivamente i miglioramenti complessivi (Giusti, 2011).

L’inserimento nel gruppo: le regole del setting

Il partecipante, dopo aver ricevuto un’informativa sulla metodologia utilizzata in gruppo, viene inserito e accolto dagli altri componenti che offrono il loro contributo di guida, informandolo sui rituali di convivenza terapeutica attraverso le “regole del gruppo” (Shakoor, 2010). A partire da quella sulla privacy (riservatezza e confidenzialità: i partecipanti si impegnano a non condividere con persone estranee al gruppo quanto accade nel gruppo stesso), a quella per cui i partecipanti si impegnano a non frequentarsi tra loro all’esterno del gruppo (confini del setting) per consentire una totale libertà espositiva nel momento di esplorazione terapeutica (Benson, 2010). Vengono comunicate le regole per le assenze, per la chiusura e per il saluto al gruppo.

Quando un lavoro è percepito insostenibile viene interrotto immediatamente se la persona pronuncia l’esclamazione del “basta davvero!”. Viene esposta la regola, condivisa sull’assunzione di responsabilità e coinvolgimento attivo, espressa attraverso la “prenotazione” di uno spazio di tempo per un lavoro esplorativo, scrivendo il proprio nome su una lavagna.

Al termine dell’esplorazione terapeutica gli altri partecipanti hanno il compito di effettuare interventi propositivi con feedback di restituzione “sterilizzata” per evitare interpretazioni, proiezioni, giudizi e pregiudizi.

Questo consente di differenziare una restituzione come contributo offerto all’altro, dalle risonanze emotive che possono essere evocate in chi ha osservato (attivamente) un’esplorazione. I partecipanti si impegnano a usare nello spazio riflessivo le linee-guida del modello del feedback fenomenologico.

Il lavoro esplorativo individuale in gruppo

Il lavoro terapeutico del partecipante consiste nell’esporre al terapeuta tematiche sul malessere contingente riguardante il suo mondo interiore (Tomasulo, 1998) e che si esprime anche attraverso tempeste affettive e comportamenti disadattivi (sintomi, conflitti, inibizioni, dissociazioni, deficit, perdite, collere, timori) connessi a idee, ricordi, sensazioni e affetti in cerca di risoluzione (Rutan, 2010). Il terapeuta propone di effettuare un’esperienza emotiva intrapsichica o interpersonale di bassa, media o alta intensità (correttiva, riparativa e integrativa) di restaurazione, di ristrutturazione oppure di ricostruzione di alcuni aspetti della personalità (Giusti, Rosa, 2006).

L’autoesplorazione ha lo scopo di disattivare i collegamenti problematici, di accrescere la consapevolezza esperita e l’assimilazione attraverso l’Insight (Castonguay, Hill, 2007) e di sottolineare la valenza adattiva dei sintomi (Brabender, 2004). Mediante un lavoro drammatizzato e di role-play (Giusti, Ornelli, 1999), si riattualizzano eventi traumatici pregressi, con una momentanea regressione e abreazione catartica con cui la persona può rivisitare situazioni antiche (regredire provvisoriamente per progredire). I vissuti precedenti, non elaborati, sono spesso rimossi e influenzano il presente nella vita quotidiana (Elliott et al., 2007; Greenberg, 2011). Lo scongelamento e l’espressione di emozioni profonde antiche e cristallizzate (paure, dolori, rabbia, vergogna, sospetto, ecc) libera nuove energie modulate procedendo da un impulso distruttivo dirompente ad un impeto moderato e che il partecipante trova nuovamente a disposizione (Corbella, 2003). L’identificazione emozionale e la verbalizzazione simbolica (dare senso al presente riletto alla luce del passato) promuovono una narrativa comunicativa dialogica più congrua per riorientare il futuro (Kaneklin, 2010). Il legame di attaccamento al gruppo è rinforzato dall’alleanza terapeutica instauratasi con il conduttore e i partecipanti (Muran, 2010). Durante l’attraversamento, il terapeuta mette alla prova le difese disfunzionali e rinforza i comportamenti del paziente, che consentono opzioni e prospettive alternative, con nuovi punti di vista per un migliore adattamento creativo con l’ambiente (Ivey et al., 2008). Le nuove connessioni, esperite emotivamente insieme ai nuovi significati memorizzati, facilitano rappresentazioni mentali riadattate e relazioni più soddisfacenti nei contesti ambientali (empowerment sociale).

Per ogni partecipante il gruppo si configura come un grande scenario delle immagini del proprio mondo interiore (Giusti, Militello, 2011): ognuno rappresenta un aspetto di sé, attraverso l’interazione attiva con le parti proiettate all’esterno, si avvia il processo di riappropriazione di elementi scissi, verso un’integrazione identitaria e di individuazione progressiva (Giusti, 2002). Il cambiamento indotto da diversi stimoli emotivi e verbali modifica la struttura e le funzioni neurobiologiche cerebrali (Mundo, 2009). Lo stress emozionale genera spesso un sovraccarico di tensioni somatiche e predispone a cardiopatie e possibili alterazioni di aree cerebrali, oltre a stati di ansia, disturbi del sonno, contrazioni muscolari, palpitazioni, disturbi gastrointestinali ecc (Giusti, Di Fazio, 2008). Quando la sofferenza mentale non riesce ad esprimersi in mancanza di un alfabeto emozionale, si sviluppano alcuni disturbi psicosomatici con varie somatizzazioni su diversi organi bersaglio. Il deficit di mentalizzazione simbolica delle emozioni troppo intense e l’assenza di rappresentazioni immaginative per elaborare i conflitti, alterano l’unità dell’organismo (Giusti, Bonessi, Garda, 2006). Così il gruppo diventa un laboratorio esperienziale dove l’autosvelamento reciproco (Giusti, Lazzari, 2005) favorisce un coinvolgimento paritario e costituisce la premessa per un cambiamento motivazionale (Giusti et al., 2011) verso l’autoguarigione.

La conclusione del lavoro di gruppo

La conclusione del trattamento avviene quando l’effetto mutativo, a livello del soggetto, si manifesta con una migliore gestione complessiva della vita, con una mentalizzazione autoriflessiva (Paleg, 2000) facilitata dalle relazioni supportive instaurate tra i membri del gruppo (altruismo interpersonale) e dalla conferma empatica intersoggettiva del terapeuta (Giusti, Locatelli, 2007). Il soggetto è pronto ad assumersi nuovi rischi possibili, accogliere gli inevitabili dolori esistenziali di vita e a utilizzare l’aggressività in modo assertivo piuttosto che agirla con rabbia violenta (Giusti, Sica, 2006).

In questa tipologia di gruppi, gli scambi autentici (Gelso, 2011), il coinvolgimento, la coesione, l’autosvelamento e la tempistica degli interventi sono un potente fattore di cambiamento terapeutico (Norcross, 2012), che si esprime nel vissuto di condivisione profonda di stati affettivi attraverso rispecchiamento e risonanze emotive. La terapia in gruppo aiuta i partecipanti ad accettare le proprie esperienze, la percezione di sé e degli altri, per poi regolarli secondo i propri obiettivi soggettivi e interpersonali (Gabbard, 2010). L’integrazione pluralistica in gruppo procede sintetizzando il sapere che deriva dai diversi orientamenti clinici e attinge a metodologie tecniche varie, orientando anche la ricerca scientifica (Castonguay et al., 2010) su ciò che realmente funziona al fine di potenziare il senso di benessere (Lawson, 2008). Le interazioni positive in gruppo generano molteplici connessioni sinaptiche che attivano neurotrasmettitori e rilasciano ormoni che potenziano la resilienza alle vulnerabilità e alle avversità, aumentando le abilità autocurative di tutti i componenti del gruppo (Norcross et al., 2011).

Per citare l'articolo

Giusti E. (2012) Psicoterapia pluralistica integrata in gruppoIntegrazione nelle psicoterapie, 2, 1-8, Edizioni Scientifiche ASPIC. 

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